Ultima modifica: 21 Marzo 2019

A SCUOLA DI “VITA”

Si è svolto, presso l’ Istituto Cabrini di Taranto, un incontro con Frate Antonio Salinaro, parroco della centrale chiesa di San Pasquale. Hanno partecipato tutte le classi seconde, nell’ambito del programma di prevenzione alle dipendenze.

Si è svolto, presso l’ Istituto Cabrini di Taranto, un incontro con Frate Antonio Salinaro, parroco della centrale chiesa di San Pasquale. Hanno partecipato tutte le classi seconde, nell’ambito del programma di prevenzione alle dipendenze. Già dal primo sguardo, alunni e docenti sono rimasti spiazzati: un uomo alto e magro, il saio tipico dei frati minori, la barba lunga e bianca e lunghi capelli ricci. Dall’apparenza, che più lo avvicinava al cantante Caparezza piuttosto che ad un frate, si è subito capito che si trattava di un personaggio sui generis e ciò ha conquistato l’attenzione e la curiosità degli studenti. Inoltre, coloro che si aspettavano una noiosa omelia su come comportarsi nella vita, su ciò che è bene e ciò che è male o su come conquistarsi la vita eterna, si sono trovati invece, ad ascoltare il racconto di una vita tormentata. Frate Antonio, infatti, si è raccontato, fin da adolescente, con i suoi grandi vuoti esistenziali ed affettivi, la mancanza di una figura paterna a cui fare riferimento e una madre presente, ma che lavorava e non poteva supplire all’assenza del padre.

Poi, l’esperienza in Marina, suo grande sogno, con la sicurezza di un posto fisso, presto infranto dalla scoperta della sua dipendenza dalla cannabis.

La mancanza del lavoro, la consapevolezza di aver perduto la sua occasione di realizzarsi nella vita portano il giovane Antonio sulla strada senza ritorno della droga. Dalle canne all’eroina il passo è breve: comincia così la vita pazza e disperata, il periodo più buio della sua esistenza sempre alla ricerca della “roba” e del denaro per acquistarla. “Non ero una brava persona”, racconta frate Antonio e con voce incerta dice di essere arrivato a picchiare sua madre per avere il denaro, di aver rubato e compiuto altre nefandezze.

La spirale della droga lo porta sempre più giù, fino all’inferno della perdita di identità e di valori. Infine, la disperazione lo porta a chiedere aiuto a sua madre, che non lo ha mai abbandonato e, con il supporto della famiglia, riesce a disintossicarsi. Quasi due mesi chiuso in casa, in preda al delirio dell’astinenza, le notti insonni, le urla, il dolore fisico e morale lo conducono a riprendere in mano la sua vita. Ormai è “pulito” ma, la mancanza della droga lo porta a sentirsi vuoto, svuotato di ciò che era prima e incapace di costruirsi un nuovo io. In preda alla depressione, quando ormai tutto è perduto, si rifugia nella chiesa della sua infanzia e lì trova un giovane sacerdote che lo accoglie e lo ascolta, senza giudicarlo. E’ questo l’inizio della sua catarsi: incomincia a frequentare la chiesa, poi l’esperienza di meditazione e preghiera presso i Frati Minori e infine la sua decisione di entrare nell’Ordine. Frate Antonio ci tiene a precisare che il suo passo verso la canonizzazione non è un ripiego o un espediente per uscire da una situazione precaria, ma una vera scelta di vita. Il suo incontro con Gesù ha dato un senso alla sua vita e ha indicato la sua vera vocazione: aiutare gli altri, con il suo esempio, a trovare la strada da percorrere, dare una speranza a chi non ha più nulla per cui vivere e combattere. E proprio questo il messaggio di frate Antonio: affermare con la sua esperienza di vita vissuta che la droga non è la risposta ai propri problemi, non è la strada verso la felicità, ma al contrario è la via verso l’annullamento di sé, dei propri sogni e ideali. Il messaggio di speranza si conclude con una profonda riflessione: la vita apre sempre nuovi orizzonti e non bisogna mai smettere di sognare. 

Articolo della Prof.sa Antonia La Gioia